Dylan Dog è morto.


Dylan Dog è morto. Almeno, per me, è morto.

La prima storia che ho letto mi aveva terrorizzato. Avevo cinque anni, guardavo solo le figure, di straforo in un supermercato. Follie omicide, uccisioni violente, donne poppute e un protagonista bello e maledetto. C’erano tutti gli ingredienti per rovinare un’infanzia.

Qualche anno dopo entrai in un’edicola e comprai un numero. Lo lessi in uno stato delirante, in preda a delirium tremens e sudori freddi, gustando il ghiacciolo salato della paura. Appena terminata la lettura, gli diedi fuoco e lo buttai nell’immondizia: non potevo sopportare l’idea di dormire in casa con un’opera simile.


Di notte, temevo, si sarebbe animata svolazzando per casa come un pipistrello di pagine.

Qualche anno dopo, ho iniziato a comprarlo regolarmente. Presto però l’interesse ha iniziato a smorzarsi, e le storie non erano più avvincenti. Dopo un po’, nemmeno paurose. Ho smesso di seguirlo. Che cos’è accaduto? Sono cresciuto io, o il fumetto è cambiato? La prima. Perché il fumetto non è cambiato. È da una decina di anni che si è congelato, e ripresenta le stesse storie con una salsina diversa.


E quando vedi quello sguardo, 
è il momento del Soft Porn.

Per me, è morto. Ma il bonello editor non s’è arreso: l’ha mummificato, e continua a presentarlo in edicola ogni due settimane, spacciandolo per vivo. L’ho ricomprato occasionalmente, e l’ho trovato patetico. Persino nelle storie evento, come quel ‘Mater Morbi’ di cui si è tanto parlato.

Esiste una via di salvezza? Sì, ovvio: rinnovare la formula, e sperare di averla azzeccata. Ma le cose non cambieranno, almeno finché continuerà ad essere il (secondo) fumetto di punta della produzione Bonelli.


Lo consiglio? No.

Però, se siete amanti della torture sadomaso, guardatevi il film. C’è Brandon Routh, quella Super-Patata.

(che sta per 0)