Confessioni: il GRAN BASTARDO parte II (ITA-ENG)

Se la moneta cade di testa, Fredericci è di buon umore. E quando è di buon umore, Fredericci racconta le battute. Le inventa sul momento, a profusione: trae ispirazione dagli accadimenti, e li tramuta in umorismo. Quando un aiutante prende il pane dal forno, Fredericci esclama: “Anche il leone mangia il cazzo di bisonte col pane, un panino di bisonte. Tò fatto ridè, eh? Facchiùlamadonna!” Quando un aiutante prende la pasta congelata, Fredericci esclama: “Sai perché la pasta fresca si congela a cappio? Perché se passa un prete ci s’impicca! Tò fatto ridè, eh? Facchiùlamadonna!” Quando un aiutante è in ritardo sulla consegna, Fredericci esclama: “Chi va piano, va sano e va lontano, ma perde il treno e rimane in stazione con le valige in mano! Tò fatto ridè, eh? Facchiùlamadonna!”



Alle battute di Fredericci ridono tutti, ma in maniera strana. L’aria si riempie di un intermezzo fra uno schiarimento di gola e un risolino sommesso, come se coloro che lo esalano stessero lottando contro un grosso boccone d’ipocrisia. Con gli occhi incollati al pavimento, ma ridono tutti. Anche io.

Passano i giorni. Se la moneta cade di croce Fredericci non racconta ne storie ne barzellette: è brusco, a volte pure sadico, ma per la maggior parte del tempo non c’ho a che fare. E poi mi ha scelto. Ha scelto me, quando gli altri mi avevano rifiutato o fregato. Io ho il mio lavoro, sono lavapiatti e lavo i piatti. Durante il pomeriggio, in attesa dell’apertura serale, mi dedico alle prep: sbuccio cipolle, mozzo piselli, grattugio pane, taglio prosciutto e formaggio con l’affettatrice, imbastisco piatti di ostriche vive, tolgo le interiora da conigli e anatre e spolpo granchi.

Quando apre il locale e Fredericci è fuori, gli aiutanti sbirciano dalla porta della cucina. “È affollato?”, bisbigliano. No, non lo è mai: riempio due o tre carrelli massimo al giorno. Insapono, aziono la lavastoviglie, tolgo il carrello, asciugo con un lenzuolo e rimetto in ordine. Ogni oggetto ha il proprio luogo all’interno della cucina. Ci sono venti tipi di piatti, sei tipi di tegami, otto tipi di padelle e infiniti contenitori e utensili.

Mettere gli oggetti al loro posto è una tortura. Non posso chiedere a nessuno: parlare è proibito. Nella cucina di Fredericci si deve solo ascoltare. Non posso curiosare: devo rimanere nella mia zona di competenza, e le incursioni devono essere rapide e precise. Non posso imparare qual è il luogo per ogni cosa: devo già saperlo, per osmosi.





Gli aiutanti mi aiutano, e con occhiate e gesti discreti mi direzionano verso i luoghi corretti. In un paio di giorni, imparo tutto. Imparo anche la cosa più importante: quando il lavoro non c’è, bisogna inventarselo. In poco tempo divento un maestro: lavo gli stessi piatti dieci volte, rubo e rilavo utensili puliti, ogni cinque minuti cambio l’acqua dei lavandini. Lavo piatti e pentole per tutto il giorno, pure se non ci sono clienti.

Fredericci si assenta spesso, a volte per lunghi periodi. Quando si allontana, l’aria in cucina torna ad essere respirabile: gli aiutanti si scambiano qualche frase, e sbocciano alcuni sorrisi. Nessuno si scompone più di tanto: tutti sanno che prima o poi Fredericci entrerà dalla porta a passo di marcia, si bloccherà poco oltre la soglia e scruterà le facce in cerca di visi colpevoli.



Al termine della giornata, insapono l’interno della lavastoviglie, il ripiano, i lavandini, il grande tavolo in legno per le prep e le piastrelle del muro. Poi risciacquo e asciugo con un lenzuolo. Disinfetto i grandi taglieri con la varechina, poi con il sapone, poi risciacquo e asciugo con un lenzuolo. Sparpaglio le posate su un carrello, le passo due volte nella lavastoviglie, le asciugo con un lenzuolo. Lavo porte e vetri e li asciugo con un lenzuolo. Raccolgo decine gli stracci, li risciacquo, li metto nel lavandino riempito di varecchina. Scopo due volte. Rovescio acqua saponata e varechina sul pavimento, e raccolgo col mocio. Risciacquo la scopa e il mocio. Pulisco il secchio d’acqua. Timbro il cartellino.


Il cartellino si timbra ad una macchinetta. La macchinetta segna sempre l’ora sbagliata. Quando inizia il mio turno è un quarto d’ora in avanti, quando finisce il mio turno è un quarto d’ora indietro. Tutti sanno, tutti se ne sono accorti, nessuno dice niente. Mi immagino Fredericci che ogni giorno, nelle numerose assenze dalla cucina, sposta avanti e indietro l’orologio per pagare meno i propri dipendenti, e mi viene da sorridere. Ma solo un poco.

Dopo cinque giorni le cose iniziano a cambiare. Cambiano in maniera lenta, flebile, come se Fredericci stia tastando il terreno. Se fino a quel momento ero invisibile, protetto nella mia postazione, ora il grande occhio si posa di me. Perché io sono quello nuovo, e lui vuole conoscere i suoi polli. Vuole sapere fino a che punto può spingersi. Perché il settimo giorno è il giorno di paga.



E la giostra inizia a girare. I dipendenti sono in attesa in uno stanzino, mentre timbrano i cartellini e si cambiano. Uno ad uno sono richiamati, per ricevere la busta con lo stipendio. Quando arriva il mio turno, trovo Fredericci alla cassa. Guarda la mia tabella oraria, sbuffa e sfodera l’attacco: “Non vali la paga che ti avevo promesso, ti pago di meno”, poi si ferma guardare la reazione.




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If the coin shows the head, Fredericci is in a good mood. And when it's in a good mood, Fredericci tells jokes. He invent it on the spot, in profusion: he gets inspired by events, and turns them into humor. When a kitchen-hand takes the bread from the oven, Fredericci exclaims: "Even the lion eats the fucked bison with bread, a sandwich of bison. You laughin’, huh? Fuckingholymary!" When a kitchen-hand takes the frozen dough, Fredericci exclaims: "You know why you freeze fresh pasta in loops? Because if there’s a priest coming on the way he hangs himself! You laughin’, huh? Fuckingholymary!" When a kitchen-hand is late on a delivery, Fredericci exclaims: "Who goes slowly , goes safely and goes far, but loses the train and remains at the station with suitcases in his hands! You laughin’, huh? Fuckingholymary!"



Everyone laugh at Fredericci’s jokes, but in a strange way. The air gets filled with an interlude between a clearing of the throat and a softly giggle, as if the people that are emitting it were fighting against a big mouthful of hypocrisy. Eyes glued to the floor, but everyone laughs . Me too.

The days fly. If the coin shows the cross, Fredericci doesn’t tell tales or jokes: is abrupt, sometimes even sadistic, but for most of the time I haven’t got to do with him. And he chose me, after all. He chose me, when others had refused me or screwed with me. I have my work, I’m the dishwasher and wash the dishes. During the afternoon, until the evening opening, I work on the prep : I peel onions, hub peas, scatter bread, slice ham and cheese, prepare dishes of live oysters, remove guts from rabbits and ducks and collect crabs meat.

When it’s opening hours and Fredericci’s away, the kitchen-hands sneak from the kitchen door. "It’s busy?" They whisper. No, it never is: I usually manage to fill up two or three trays per day. Then, I open the dishwasher, take off the tray, wipe with a sheet and get back in order. Each object has its own place in the kitchen. There are twenty kinds of dishes, six types of pots, eight types of pans and endless containers and utensils. Placing objects in their place is a torture. I cannot ask anyone ‘cause speaking is prohibited. In the kitchen of Fredericci you can just listen. I cannot look around: I have to stay in my area of expertise, and raids should be fast and accurate. I cannot learn what is the place for everything: I have to know it already, by osmosis.




The kitchen-hands help me, and with discrete glances and gestures they suggest me the correct places. In a couple of days I learn everything. I also learn the most important thing: when there’s not work, you have to make it up. In a short time I become a pro: I wash the same dishes tenfold, I steal and re-clean tools already cleaned, every five minutes I change the water in the sinks. I wash dishes and pots throughout the day even if there are no customers.

Fredericci is often away, sometimes for long periods. When he leaves, the air in the kitchen turn breathable again: the kitchen-hands say few sentences, and some smiles bloom. Nobody breaks down really much: everyone knows that sooner or later Fredericci will march through the door, stopping just beyond the threshold and he will scrutinize the faces looking for guiltiness.




At the end of the day, I put soap in the interior of the dishwasher, the shelf, the sinks, the large wooden table for prep and the tiles of the wall. Then I rinse and wipe with a sheet. Disinfect the large cutting boards with bleach, then with soap, then rinse and wipe with a sheet. Scatter the cutlery on a tray, then wash twice into the dishwasher, then wipe with a sheet. Wash doors and windows and wipe them with a sheet. Collect dozens of rags, rinse them, put them in the sink filled with bleach. Wipe twice. Spill soapy water and bleach on the floor, and dry with the mop. Rinse broom and mop. Clean the bucket of water. Check out the ticket.

The ticket has to be checked out in the clock machine. The machine always marks the wrong time. It’s a quarter of an hour later when my shift starts, It’s a quarter of an hour early when my shift ends. Everyone knows, everyone noticed, no one says anything. I can imagine Fredericci in his many absences from the kitchen moving the clock back and forth to pay less his employees, and that makes me smile. But only a little.

After five days, things begin to change. The change in a slow, delicate, like if he was testing me. If until that moment I was invisible, protected in my position, now the big eye is pointing at me. Because I'm the new one, and he wants to know his chickens. He wants to know how far he can go. Because the seventh day is payday .

And the carousel starts his turn. The employees are waiting in a closet, while checking off and changing. One by one they are called, to receive the envelope with their salary. When my turn come, I find Fredericci at the cash register. He looks at my timetable, snorts and pulls out the attack: "You're not worth the pay I promised you , I’ll pay you less", then he stops, and watch the reaction.