Confessioni: il GRAN BASTARDO parte III (ITA-ENG)

“Non vali la paga che ti avevo promesso, ti pago di meno.”

Rimango di sasso: non me l’aspettavo. Mi ritrovo con la testa vuota, completamente privo di emozioni. Un solo pensiero, un campanello d’allarme: “legati una corda ai fianchi e assicurala all’albero maestro, la tempesta sta per arrivare”.

La mia prima reazione è nessuna reazione. Era quello che voleva. La verità si dipanerà lentamente nella mia testa, nei giorni a venire, fino manifestarsi chiara come un sentiero marmoreo alla luce della luna. Fredericci mi ha scelto perché ha visto qualcosa in me, qualcosa che ho in comune con tutti i suoi dipendenti: mi ha scelto perché sapeva che, quando sarebbe arrivato il momento di pronunciare la formula “Tu non vali”, una parte di me avrebbe risposto: “Si. Hai ragione.”





Ma per il momento non penso assolutamente nulla. Per il momento sono scioccato e quindi privo di controllo. Perché c’è una cosa che lui non sa: sono un frustrato del cazzo. Così, quando nella mia testa vuota echeggia la vocetta servile “Si. Hai ragione.”, parte la reazione a catena che da inizio alla tempesta: ai complessi si contrappone l’orgoglio, che agisce da leva. Alla risacca fa seguito un’ondata di rabbia, talmente potente da sfondare ogni tampone. Il mio sguardo vacuo si  raffredda, e nel mio tono più anti-emozionale formulo: “A-a me pi-piacciono le co-cose trasparenti. Ci ritroveremo a pa-parlare del mio rendimento ogni settimana.”
Quando sono arrabbiato mi trema la mascella, ma la grammatica è impeccabile. Questa risposta non gli è piaciuta.

Lo stipendio ricevuto copre appena la spesa della settimana in ostello, i soldi volano via dalle mie mani fluttuando come farfalle nella notte. Mentre percorro la via verso l’ostello, sono in preda ad un delirio emotivo. Le onde schiumose sono state drenate, e mi ritrovo a trascinare i passi seguito da un temporale di voci. Il cuore mi pulsa dietro la testa, poi smette, poi ricomincia. Mi sostengo sui pali e sui cestini che trovo sulla via. La mente formula per la prima volta: “Molla.”

Ma io non posso: “Non ho altro”, mi dico. “Ho lasciato l’altro lavoro, perché lui mi ha promesso il tempo pieno e questo è il meglio che sia riuscito ad ottenere da quando sono qui. Lo so che è orribile e ti fa male, ma consideralo un investimento.” La notte non dormo: ogni volta che chiudo gli occhi sono in cucina. Non dico niente a nessuno, non ancora, perché mi vergogno. Perché non voglio raccontare che il capo ha detto che non valgo abbastanza.

Nella settimana seguente, mi presento ogni giorno in anticipo, fino a un’ora, per impegnarmi in straordinari che so non mi saranno mai riconosciuti. Mi occupo delle prep, più di quante siano necessarie. Spacco la legna e ne spacco tanta, e ogni ceppo è la testa di Fredericci.



Il mio piano è semplice: voglio che il mio impegno sia tanto evidente che nessuno possa ignorarlo. “Quando arriverà il giorno di paga”, mi dico, “sarà costretto ad ammetterlo.” Fredericci ha un altro piano: sono il suo nuovo assistente personale. Quando è cucina, io devo essere la sua ombra. Il mio compito è procurargli ingredienti e utensili, prenderli e mettergli in mano. L’ordine della sua postazione è la mia nuova responsabilità. Laverò i piatti quando la cucina chiude, e rimarrò finché non ho finito.

Mi fa mescolare il purè. “Un lavoro in solitaria”, penso. “Per un po’ sarò fuori dalla sua portata.” Invece no: è un’elaborata forma di tortura culinaria: se rallento, mi sgrida. Se cambio mano, mi sgrida. Dopo tre ore, il muscolo fra il pollice e l’indice duole da matti, è gonfio ed inizia a scurirsi. Si formerà un coagulo, come un grosso neo, e ora che scrivo è ancora qui.

Quando non è in cucina, sono l’addetto ai compiti ingrati. Raschio il cibo marcio dai condotti e pulisco i contenitori che un dì, immagino, contenevano pesce. Se piove, mi ordina di pulire i bidoni della spazzatura. Sotto la pioggia, con la pompa dell’acqua. Sotto la pioggia, con la spazzola. Sotto la pioggia, ed è una benedizione: “Così mi lava di dosso l’odore di spazzatura”, penso. E mi sbaglio: l’odore è più forte.

Vincenzo Fredericci, il personaggio di un fumettazzo americano, è il villain, l’antagonista, e si adopera in tutto il suo sadismo per rendermi la vita impossibile. Ogni suo ordine è urlato, metà in dialetto italiano metà in inglese. Mi sforzo di comprendere, di anticipare le sue mosse, e di imparare tutte le mie mansioni. Occasionalmente mi arriva qualche suggerimento dagli aiutanti, ma nei loro sguardi il messaggio è chiaro: “Sono cazzi tuoi”. Vigliacchi.

Fredericci mi ha cambiato nome. Non sono più Erik, come mi chiamava all’inizio. Ora sono “coglione”. La prima volta che lo usa, si ferma a guardare. Vuole vedere se può. Vuole vedere la mia reazione. Nessuna reazione.

“Prendi la teglia dal forno, coglione. Dai, dai, che non scotta.” Non scotta. Non scotta. Non scotta. Giuro che l’ha detto. Lo giuro. Me lo ripeto sul letto dell’ostello, mentre mi spalmo una crema disinfettante sulla bruciatura che attraversa il palmo della mano destra, e la fascio.
Lui è il leader e io sono lo storto, quello che ha osato rispondere. La sua crociata è raddrizzarmi ad ogni costo.



Spero che leggere questo articolo sia stato meglio che viverlo! Se ti è piaciuto, ti puoi iscrivere alla Newsletter. È gratis: scrivi l’indirizzo e-mail nella casella a fianco e riceverai i miei articoli per posta elettronica. No spam, giuro.

Avrai notato delle pubblicità in questa pagina. Chiedere alla gente di cliccarle è assolutamente vietato, perciò non te lo propongo.
Però, ecco, se ti va di farlo…

In fondo alla pagina puoi votare l’articolo!

A seguire, la versione in inglese. Ogni correzione è ben voluta!


"You're not worth the pay I promised you, I’ll pay you less."

I’m stunned: I hadn’t seen it coming. I find myself lost in an empty head, completely clear from emotion. A single thought, a warning: "tied a rope to your ankles and assure it to the mast, the storm is coming."

My first reaction is no reaction at all. It was all he wanted. In the days to come the truth will slowly unravel in my head, until manifest itself like a marble path in the moonlight. Fredericci chose me because he saw something in me, something I have in common with all his employees. He chose me because he knew that, when the time to pronounce the words "You are not worth it", would have come, a part of me would have answered: "Yes, you're right."




But for the moment I don’t think anything. For the moment I’m shocked and therefore without control. Because there is one thing that he doesn’t know: I'm frustrated as f@ck. So, when the servile little voice "Yes, you're right” start echoing in my empty head, the chain reaction that give the way to the storm starts: the pride put itself at the opposite of my issues, and play as a lever. The undertow is followed by wave of anger, powerful enough to break through every buffer. My blank face become cold, and in my most no-emotional tone I say: "I li-like clear th-things. We will meet to ta-talk about my performance ev-every week." When I'm angry my chin rattles, but my grammar’s perfect. He doesn’t like this answer.

The salary received covers just the week rent in the hostel, the money fly away from my hands like butterflies fluttering in the night. As I walk my way to the hostel, I’m drowning in an emotional delirium. The frothy waves have been drained, and I keep stumbling on my feets followed by a storm of voices. My heart beats behind my head, then stops, then starts again. I support my body to the lamps and the trash can that I find on the way. The mind formulates for the first time: "Give up.”




But I can’t: "I’ve nothing," I say to myself. "I left the other job, because he promised me full time and this is the best that I’ve been able to achieve since I came here. I know it's horrible and it hurts, but consider it an investment." I can’t sleep during the night: every time I close my eyes are I find myself in the kitchen. I don’t say anything to anyone, not yet, because I am ashamed. Because I don’t want to say that the boss said that I'm not worth it.

In the following week, I come early every day, up to an hour, to do extraordinary work that I know won’t ever be recognized. I take care of the prep, more than necessary. I chuck the wood and I chuck a lot, and each log is Fredericci’s head.




My plan is simple: I want my commitment to be so obvious that no one could ignore it. "When it’s payday" I say to myself, "he will be forced to admit it." Fredericci has another plan: I’m his new personal assistant. When he’s cooking, I have to be his shadow. My task is to procure ingredients and utensils, take them and put them into his hands. The order of his station is my new responsibility. I’ll wash the dishes when the kitchen is closed, and I’ll remain until I'm done.

He makes me mix the mashed potatoes. "A solitary work", I think. "For a while, I'll be out of his reach." Nossir: it’s an elaborate form of culinary torture: if I slow down, he yells at me. If I change hand, he yells at me. After three hours, the muscle between the thumb and the index fingers is sore like crazy, is swollen and begins to darken. There’ll be a clot, like a large mole , and now that I’m writing it’s still here.

When he’s not in the kitchen, I get the nasty tasks, like scraping rotten food from the pipes and wipe containers that someday, I suppose, contained fish. If it rains, I have to clean the garbage containers. In the rain, with the water pump. In the rain, with the brush. In the rain, and it is a blessing: "So it’ll wash off the stick of rubbish from me", I think. And I'm wrong: the smell is stronger.

Vincenzo Fredericci, the character of an American kids’ comic book, is the villain, the antagonist, and he evoking all his sadism to make my life impossible. Each sentence is yelled, half in Italian dialect half in English. I strive to understand, to anticipate his moves, and learn all of my tasks . Occasionally I get some advice from the kitchen-hand, but in their eyes the message is clear: "Your business." Cowards.

Fredericci changed my name. I’m no longer Erik, as I was called before. Now I’m "coglione", cunt. The first time he use it, he stop to look. He wants to see if he can. He wants to see my reaction.
No reaction.

"Take the pan from the oven, cunt. Come on, come on, It’s not hot. "It's not hot. It’s note hot. It’s not hot. I swear he said it. I swear. I repeat it to myself on the bed of the hostel, while smearing a disinfectant cream on the burn that runs through the right hand palm, and then beam it.
He is the leader and I'm the wrong, the one who dared to answer back.
His crusade is to straight me up at all costs.