Confessioni: il GRAN BASTARDO parte IV (ITA-ENG)

Osservo gli sviluppi di una reazione allergica che mi ricopre il braccio destro. Spalmo la crema disinfettante ogni giorno, e ogni giorno la vedo peggiorare. Dal principio appare solo come delle piccole chiazze rossastre, poi si allargano, si congiungono, si gonfiano e si squamano. Ricoprono il dorso e arrivano quasi fino all’incavo del braccio. Esso ora è gonfio e rosso, pare si stia seccando, mi prude, perde pelle come forfora, cadono alcune zone di peli. È allergia a che cosa? Al sapone? Ai guanti? Alla vita?

La pelle si apre, si squarcia. Le numerose croste di ferite da taglio in via di guarigione (ne ho dappertutto: pure sotto le unghie) si sciolgono in poltiglie giallastre, mostrando la carne viva. Guariranno solo un mese dopo, lasciando cicatrici come segnaposto. Le dita sono ricoperte di bolle che paiono capsule di medicinali.

Sul retro della mano destra, c’è un buco triangolare. Non ha mai sanguinato: il bordo della pentola mi tranciato la carne e l’ha immediatamente cauterizzata, lasciando una fenditura bianca di carne e grasso. Pare un occhio con un sguardo triste. Un occhio che m’implora: “Molla.”







Ma io non posso. Questa mano è il mio metro: è il mio stato interiore esposto al pubblico.
Sono solo. Ogni turno termina a notte tarda e mi trascino per la strada fino all’ostello. Entro in un dormitorio buio, scelgo un letto vuoto e mi ci butto. Mi addormento subito. Il giorno dopo mi sveglio, e scopro di essere vestito, ancora con la giacca addosso, lo zaino al mio fianco. Telefono a mia sorella, a volte c’è, a volte non c’è. Io le racconto come va, e lei mi racconta come va. Poi torno al lavoro a passi lenti, come se trascinassi un carro con i buoi attaccati.

Arriva il giorno della paga, ed io sono pronto. Lo costringerò ad ammettere la mia buona volontà, lo costringerò ad assegnarmi la rata oraria promessa.
Mi frega ancora una volta.

Siede sul divano, con le gambe aperte. Gli aiutanti si stanno preparando, hanno già ricevuto il loro compenso. Gli chiedo il mio. Lui risponde. “Ah, sì. L’ho dimenticato a casa.”
Lo dice in italiano e mi guarda. Io so, lui sa che io so. Io so che è una menzogna. La paga è in nero, con i soldi della cassa. La cassa è a tre, quattro metri di distanza. Gli basterebbe alzarsi, girare la chiave, premere il tasto, aprirla e consegnarmi il compenso. Ma lui non vuole. Gli aiutanti sono vicino a me. Continuano a prepararsi, si direzionano verso l’uscita.
Nessuna reazione: l’ha detto in italiano, non hanno capito.

Ancora una volta, percorro la strada per l’ostello completamente svuotato. Un nuovo aiutante condivide parte della tratta, e mi chiede informazioni sull’accaduto. Glielo racconto. M’invita a pranzo per il giorno dopo, ed è il primo gesto solidale che ricevo. Ne trarrò la forza per l’atto finale.





Il giorno dopo mi presento due ore in anticipo. Non ci sono aiutanti, non ci sono cuochi, c’è solo lui: dorme, sullo stesso divano dove sedeva tronfio la notte prima. Sento l’aria grattargli i condotti nasali ed uscire in caldi sbuffi. Esco a spaccare la legna, ma non ce n’è bisogno: nell’ultima settimana ho trasformato tutti tronchi in ceppi, e li ho adagiati a formare una piramide. Ammiro il lavoro alla luce del giorno, e sono soddisfatto. I caminetti del salone devono essere riempiti: carico la legna in una cassetta e li porto dentro.

Quel giorno, lo sapevo, sarebbe successo l’inevitabile: lo scontro di fuoco. E lo temevo come nessuna cosa al mondo. Avrei potuto semplicemente non presentarmi più: non ero legato da alcun contratto, potevo sparire e lasciarmi tutto alle spalle. Ma non ero disposto a lasciarmelo fare. Non posso, non posso mollare.

Avevo passato una delle tante notti infinite ad elaborare possibili risposte, per essere pronto ad ogni eventualità. In quelle elucubrazioni da ore piccole, avevo creato persino una piccola bomba, una frase d’effetto che avrebbe chiuso ogni questione. La tengo al caldo ancora per un poco.

Riempio i caminetti, e adagio due montagnole di ceppi nei contenitori a fianco. Tutto è pronto.
Sento dei passi: ho fatto rumore, Fredericci si è svegliato. È dietro di me, che si stropiccia la faccia assonnata e mugugna. “Riempi bene”, mi fa, e nel suo tono sento la solita curiosità riguardo alla mia reazione. Vuole sapere se glielo permetto. Vuole sapere se gli permetto di maltrattarmi sul lavoro come gli pare.
Mi giro e prendo fuoco.






Spero che leggere questo articolo sia stato meglio che viverlo! Se ti è piaciuto, ti puoi iscrivere alla Newsletter. È gratis: scrivi l’indirizzo e-mail nella casella a fianco e riceverai i miei articoli per posta elettronica. No spam, giuro.

Avrai notato delle pubblicità in questa pagina. Chiedere alla gente di cliccarle è assolutamente vietato, perciò non te lo propongo.
Però, ecco, se ti va di farlo…

In fondo alla pagina puoi votare l’articolo!

A seguire, la versione in inglese. Ogni correzione è ben voluta!


I observe the developments of an allergic reaction that covers my right arm. Every day I spread the disinfectant cream, and every day I see it getting worse. At the beginning it appears just like small reddish spots, then they expand, join, swell and the skin starts falling. It covers all the back of the arm and gets almost to the armpit. Now it’s swollen and red, it’s dry, itches, loses skin like dandruff, hairs fall in some areas. It’s an allergy to what? Soap ? Gloves ? Life?

The skin start opening, torning. The numerous crusts of healing cuts (they’re everywhere: even under the nails) dissolve in yellowish mashes, showing the flesh. They’ll heal only a month later, leaving scars as placeholders. The fingers are covered with bubbles that seem meds capsules. On the back of the right hand there’s a triangular hole. It never bled: the edge of the boiling pot sliced ​​the meat and immediately cauterized it, leaving a slit of white meat and fat. It seems an eye with a sad look. An eye that begs: "Give up."




But I can’t. This hand is my meter: it is my inside being finally exposed to the public.
I am alone. Each round ends late at night and I drag myself down the street to the hostel. I choose an empty bed in a dark dorm and I throw myself in. I fall asleep right away. The next day I wake up, and I realize that I’m still dressed, with the jacket on, backpack by my side. I phone to my sister, sometimes she’s there, sometimes not. I tell her how I’m going, and she tells me how she’s going. Then I go back to work walking slowly , as I pulling a wagon with horses attached.

Here comes the payday, and I'm ready. I’ll force him to recognize my good job, I’ll force him to grant me the hourly rate promised.
He screw me again.

He sits on the couch, with his legs open. The assistants are preparing, they have already received their compensation. I ask for mine. He answers:. "Ah, yes. I forgot it at home."
He says in Italian and looks at me. I know, he knows that I know. I know that’s a lie. The pay is cash in hand, with money from the cash register. The cash register is three or four meters away. He only needs to get up, turn the key, press the button, open it and give me what I deserve. But he doesn’t want that. The kitchen-hands are close. They’re getting prepared, they’re going away. No reaction from them: he said it in Italian, they didn’t understand.

Again, I find myself walking the way to the hostel feeling completely emptied. I share part of it with a new kitchen-hand, and he asks me what happened. I tell him. He invites me to lunch for the next day, and this is the first gesture of solidarity that I receive. I’ll take from here the strength for the final act.



The next day I show up two hours early. There aren’t any kitchen-hands, there aren’t any cooks, there is only him, asleep on the same sofa where he sat all comfy the night before. I feel the air scratching his nasal passages and leave in warm puffs. I go out to chuck the wood, but there’s no need for it: in the last week I turned every timber in log, and I lied them to form a pyramid. I admire the work in the daylight, and I'm satisfied about it. The fireplaces in the living room have to be filled: I load the logs into a box and I take them inside.

That day, I knew it, would be the day where the inevitable would have happened: the clash of fire. And I feared it as nothing on earth. There wasn’t anything keeping me to run away: I wasn’t tied in any contract, I could just disappear and leave everything behind. But I couldn’t allow me to do so. I can’t, I can’t give up.

I had spent a lot of never ending nights preparing possible answers, to be ready for any eventuality. In those nighttime ruminations, I had even created a small bomb, an effect phrase that would close all arguments. It’s not yet time to reveal it.

I fill the fireplaces, and put two mounds of logs in the containers on the side. Everything is ready .
I hear footsteps: I made noise, Fredericci woke up. It's behind me, rubbing his face and mumbling sleepily. "Fill it well", he says, and in his tone I hear the usual curiosity about my reaction. He wants to know if I’m allowing him. He wants to know if he’s allowed to abuse me on the job hoe he prefers.
I turn around and get on fire.