Confessioni: il GRAN BASTARDO parte V (ITA-ENG)

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La discussione che ne è segue è la conclusione del ritratto: mi sono impegnato per fornire vari aspetti della sua personalità e di renderlo, per certi versi, più umano possibile. I fatti sono realmente accaduti e le citazioni sono, per quello che posso ricordare, letterali (mi sono giusto premurato di aggiustargli alcune coniugazioni).

Quello che seguirà sono gli ultimi ritocchi: le forme sono già delineate, i colori definitivi; una spruzzata di luci e ombre e il quadro è completo. Ma non sarò io a dare il tocco finale: sarà un cuoco italo-australiano dallo pseudonimo Fredericci a reggere il pennello. Si dipingerà da solo, con le sue affermazioni, per quello che è: un GRAN BASTARDO.






Da arrabbiato, sono rigido: i miei movimenti lenti e misurati, parlo con frasi corte e ricche di punteggiatura. Sembra quasi che stia recitando un parte. In un certo senso è così.
Fredericci, invece, fa cagnara: si lancia in bluff sgamabili, interrompe, segue mille direzioni e le molla tutte. In una discussione fra questi due modelli, Fredericci perde per il contenuto, ma stravince per quantità. È sembrata una sessione di scherma in cui un contendente regge un fioretto, l’altro un enorme pene di gomma.



Purtroppo, questa volta non posso riportare letteralmente i dialoghi. Ho vissuto l’esperienza leggermente staccato dalla realtà, e ho vaghi ricordi sull’accaduto. Alcuni punti interessanti mi sono rimasti impressi. Devo mordermi le mani per resistere alla tentazione di commentarli. Non lo farò: voglio che lo faccia tu, che decida secondo la tua sensibilità.

“Ho fatto un favore ad assumerti: ho file di persone che vorrebbero il tuo posto.”

“Io ti pago quanto voglio e quando voglio.”

“Sei pretentious.”

“Nessuno degli altri si è lamentato: solo tu.”

“Dovresti essere grato dell’opportunità che ti ho dato di rimanere in Australia.”

Quando il momento mi sembra più propizio, sgancio la bomba: “Perfetto, dammi tutti i soldi che mi devi: me ne vado.”
Dapprima trasecola, poi la faccia gli si riapre in un sorrisetto: “E come farai a pagare la casa?”
“Questi sono affari miei.”
Si rabbuia, ed esibisce machismo: “Io non ti do proprio niente.”
È il termine della discussione. Si raddolcisce, mi da un paccona sulla schiena e conclude: “Dai, dai, che sei solo un ragazzino!”

Fredericci m’incarica di stendere la biancheria, anche se pioviggina. È un buon segno: mi vuole fuori dalle palle. Durante le restanti sette ore di turno, sono in preda al delirio. La mia mente rivisita le scene a velocità supersonica, offre varianti e soluzioni alternative. Percorre i corridoi di un labirinto, si scontra sulle pareti, indietreggia, intraprende nuove strade. La situazione sfiora il limite della tollerabilità: è la versione mentale di un calcio nelle palle.

Applico alcuni trucchi per bloccare il flusso, ma durano solo pochi secondi. Sono incapace di formulare una frase completa di senso coerente: i concetti rimbalzano ed echeggiano nella mente. Ho un pesante senso di nausea e ho difficoltà a mettere a fuoco gli oggetti. Iniziano sogni vividi molto violenti, che mi tolgono la percezione sensoriale della realtà: acquisisco coscienza a turni binari, scoprendomi in attività che non ricordo di aver iniziato. Prendo semplicemente atto della mia posizione, prima di una nuova immersione nell'inconscio.



Quando ho terminato, Fredericci m’incarica di pulire tutta la cucina, e si allontana. Non vuole più avere a che fare con me. Pulisco la cucina col culo, ma termino comunque a ora molto tarda. Mentre metto a posto gli ultimi piatti, so già dove andrà a parare: mi ha sfruttato fino all’ultima goccia, impegnandomi in tutti i compiti della pulizia possibili. Al termine del turno mi licenzia.

“Non credo che tu ce la puoi fare, qui con Noi”. Eccolo, in tutta la sua magnificenza: l'uomo che si smutanda per esibire il turgido attributo, ma… viene fuori tutto un po' storto.




Chiedo la paga, e mi risponde in modo giulivo e strafottente di tornare la settimana dopo. Prima dell’apertura.
Nonostante questo, uscendo nella notte  mi scopro euforico.
“Mio Dio! Da quanto tempo non mi sentivo così felice?”
Corro per le strade, le braccia alzate a cogliere stelle, respirando ad ampie boccate l’aria della notte.



La conclusione della storia è, come sempre nella vita, deludente. Non ci sono fuochi d’artificio: nessuna apocalisse per l’antagonista, che continuerà a professare la sua tirannia fino alla morte, e per me un buco di troppo da ricucire. Qualche piccola soddisfazione, però, sono riuscito a cavarla.

Non mi sono presentato prima dell’apertura, come da sua istruzione. Troppo facile intuirne le intenzioni: ci saremmo trovati solo io e lui. Sarebbe stato libero di attuare qualsiasi tipo di beffa ai miei danni senza doverne mai rendere conto a nessuno. No, l’avevo deciso fin da subito: mi sono presentato la sera, alla chiusura. Qualsiasi cosa avesse in mente, doveva attuarla di fronte agli occhi degli aiutanti. E se non mi avesse pagato, loro avrebbe visto.

Quando arrivo, sta chiudendo il locale. È sorpreso di vedermi: non se l’aspettava. Lo saluto mostrandogli più denti che posso e lui ricambia con il suo sorriso da bambino monello. “Dovevi telefonare!”
Il locale è deserto: nessun cliente rimasto. Gli rifilo una scusa distratta, mentre mi direziono a passi rapidi verso la cucina. Lui mi guarda, e capisce cosa sto facendo. “Dove vai? Dove vai?!” La mia testa fa capolino fra le porte, e sbircio la stanza. Gli aiutanti stanno concludendo le pulizie. “Ehi, ciao!” Li saluto. Mi guardano sorpresi. Leggono il mio messaggio: “Son qui! Volete dare un’occhiata? Lo show sta per cominciare!” Ritorno alla cassa, e ho un pubblico.

Fredericci si lamenta: “Non puoi andare dove ti pare!”
La paga è inferiore alla tariffa oraria minima, non comprende gli straordinari ed è arrotondata per difetto. È una cifra ridicola, però il denaro è passato dalla sua mano alla mia, ed era quello che volevo. Mi chiede di firmare una ricevuta: un documento in cui dichiaro di aver riscosso la paga accordata in base all’orario. Non so se si tratta di un paracadute legale o una semplice beffa, però mi pare un controsenso firmare una ricevuta per una paga in nero.

Mi rifiuto e gli dico che quei soldi non coprono minimamente la cifra che mi deve. Glielo dico in inglese, così che anche gli altri capiscano.
“Allora ridammi i soldi.”

Esce dal bancone, mi si avvicina, mi fissa. Siamo uno di fronte all’altro. Vedo nei suoi occhi il riflesso di un toretto, un giocatore di football che spacca le ossa. Alla mia destra c’è una colonna di bottiglie di vino. “Mal che vada, gliene spacco una in testa.”
Continuo a fissarlo.
“Questi sono nella mia mano, e qui rimangono.”
Il pubblico sbircia in silenzio.

Un attimo di pausa, e poi Fredericci ride la sua risata antipatica.
“Non sai apprezzare, tu, eh?”
Mi esce una frase di chiusura da libro stampato:
“Io apprezzo chi corrisponde la mia puntualità.”
Sorride, sorrido e prendo la porta.

Fine.


Un mese prima:
“Ne sono capitate parecchie ultimamente, eh?” Mi chiese il piccolo Dante, mentre aspettavo alla fermata del treno.
“Uh! Come?”  Sbottai, sorpreso dalla sua comparsa improvvisa.
“Un giorno lavori da una parte, un giorno dall’altra… è dura tenere d’occhio tutti i tuoi spostamenti”
“Mah… non che l’abbia programmato. Me ne sono capitate come mai in tutta la vita. Faccio una media di due sfighe al giorno, tanto che quasi non ci bado più. Mi sembra di essere in un film di Fantozzi.
Ma ora le cose finalmente cambieranno:  sto andando a fare un trial in un ristorante italiano. Il capo mi ha richiamato, e mi ha chiesto personalmente di tornare. È  la volta buona, me lo sento: sono sicuro che d’ora in poi le cose andranno bene.”


Ho sempre cercato di mantenere questo blog distante dal mio stato emotivo: volevo fosse un’isoletta su cui rivisitare eventi della mia vita, positivi o negativi che fossero, con un po’ di ottimismo. Questo è stato, fra tutti gli articoli, il più difficile da scrivere. Mi ha inquinato i condotti venari per almeno sei mesi, fino a poco fa, quando ho premuto il pulsante ‘pubblica’. Spero basti per tirare lo sciacquone. Altrimenti, è chiaro, ci penserà il tempo.

È che mi sono anche un po’ rotto il cazzo.




A seguire, la versione in inglese. Ogni correzione è ben voluta!



The discussion that follows is the conclusion of the portrait: I’m committed to provide different aspects of his personality and make it, in some ways, as human as possible. The facts are true events and quotations are, for what I can remember, verbatim (I just bothered to fix some conjugations).

What follow are the finishing touches: the forms are already outlined, the color is finalized, a splash of light and shadow and the picture is complete. But it won’t be me the one who’ll give the final touch: will be an Italian-Australian cook nick-named Fredericci to hold the brush. He’ll paint himself, with his statements, for what he is : a BIG BASTARD.




When I'm angry, I’m stuck: my movements are slow and measured, I speak with short sentences full of punctuation.
Fredericci, on the other hand, does pandemonium: he throws recognizable bluffs, interrupts, follows all directions possible and gives up them all. In a discussion between these two models, Fredericci lose for the content , but it wins hands down for quantity. It seemed like a fencing session in which a contender is holding a foil, the other a huge rubber penis.




Unfortunately, I can’t report the dialogue literally. I’ve lived the experience feeling slightly detached from reality, and I have vague memories about the happening. Some interesting points remained. I have to bite my hands to resist the temptation to comment on them. I won’t: I want you to do it, to decides according to your sensitivity.

"I did a favor to hire you : I have queues of people that want your place. "

"I'll pay you what I want and when I want to."

"You’re pretentious."

"None of the other complained: it’s only you."

"You should be grateful for the opportunity I gave you to stay in Australia."

When the moment seems right, I release the bomb: "All right, give me all the money you owe me: I quit."
He’s stunned at first, then a smile bloom in his face : "And how will you pay for the rent?"
"That's my business."
His face darkens, and he has an exploit of ‘machismo’ : "I’m not giving you anything."
It's the end of the discussion. He becomes easy again, gives me a big pat on the back and concludes: "Come on, come on, you're just a kid!"

Fredericci asks me to hang out the laundry, even if it’s raining. It’s a good sign: he wants me to piss out. During the remaining seven hours, I’m lost in delirium. My mind revisits the scenes at supersonic speed, offers variations and alternatives. It walks through the corridors of a maze, clashes on the walls, goes backwards, embarks on new roads. The situation touches the limit of tolerability: it’s the mental version of a kick in the balls.

I apply some tricks to stop the flow, but they last only few seconds. I’m unable to formulate a complete sentence of coherent sense: the concepts bounce and echo in my mind. I have a heavy sense of nausea and I find difficult to focus on objects. Violent dreams begin as the sensory perception of reality decays: I acquire consciousness at shift rails, finding myself in activities that I don’t remember to have started. I can just take note of my location before dive again into the unconscious.




When I finish, Fredericci ask me to clean the whole kitchen, and walks away. He doesn’t want to have anything to do with me. I just pretend to clean the kitchen, but it still take me a long time. While I’m putting setting the last few dishes, I already know how it’s going to end: he took advantage as he could, by giving me all tasks possible. At the end of the shift he will fire me.

"I don’t think you can make it here with Us.” Here it is, in all its glory: the man who takes off his pants to exhibit his turgid attribute, but... it comes out a bit crooked.




I ask for the pay, and he answer cheerfully and arrogantly to come back the following week. Before the opening .
Despite this, I find myself going out into the night feeling euphoric.
"My God! How long since the last time I felt so happy?"
I run the streets, arms raised to seize stars, breathing large gulps of the air of the night.




As always in life, the conclusion of the story is disappointing. There are no fireworks: no apocalypse for the antagonist, which will continue to profess his tyranny to the death, and for me another hole to be mended.
However, I was able to obtain some small satisfactions.

I wasn’t there before the opening, despite his instruction. Too easy to see the trap: we would have been alone, just him and me. He would have been free to play any trick without ever having to respond to anyone. No, I had it decided from the beginning: I showed up in the evening, at closure time. Whatever he had in his mind, he had to do it in front of all his employers. If his intention was to not paying me, they would have seen.

When I arrive, the place is closing. He is surprised to see me, he wasn’t expecting me. I greet him showing more teeth as I can and he returns with his childlike bratty smile. "You should have called!"
The place is deserted: no customers left. I present a distracted excuse while I’m going to the kitchen with rapid steps. He looks at me, then he understands what I'm doing. "Where are you going? Where are you going!?" My head is peeking between the door and I sneak the room. The kitchen hands are finishing the cleaning. "Hello!" I salute them. They look at me surprised. They read my message: "I ​​am here! Do you want to take a look? The show is about to begin!" I come back to the cashier, and I have an audience.

Fredericci complains : "You cannot go where you want! "
The pay is less than the minimum hourly rate, it doesn’t include overtime and is rounded down. It is a ridiculous cipher, but the money has passed from his hand to mine, and it was all I wanted. He asks me to sign a receipt, a document in which I declare to have received the right pay. I don’t know if it's a parachute office or a simple prank, but it make no sense to sign a receipt for a cash in hand payment.

I refuse and say that the money didn’t cover the amount he owe me at all. I say that in English, so everyone can understand.
"Then give me the money back."
He get out of the cash register, approached me, staring at me. We are facing each other. I can see in his eyes the reflection of a bull, a bully football player. There is a column of bottles of wine on my right.
"If things take a wrong turn, at least I can crash one in his head." I continue to stare at him.
"These are in my hand, and they’ll remain here."
The public is sneaking in silence.

A moment of pause, and then Fredericci ride his nasty laugh.
"You cannot appreciate, can you?"
Book ending phrase pop out of my mouth:
"I appreciate those who matches my punctuality."
He smiles, I smile and take the door.

The end.


A month before:
"A lot of water under the bridge lately, huh?" little Dante asked me, while I was waiting at the train stop.
"Wow! What?" I blurted out, surprised by his sudden appearance.
"One day you work somewhere, the other day somewhere else... it's hard to keep an eye on all your movements."
"Well ... not that have schedule it. Trouble happened like never in my life. I’m making an average of two bad luck per day, so it’s almost that I don’t mind anymore. It’s seem to be in a Mr. Bean movie. But things will change: I'm going to do a trial in an Italian restaurant. The boss called me and asked me personally to come back. It is the right one, I can feel it: I'm sure that from now on things will go well."