Dai, Gipi: raccontami 'unastoria'!

Mi scrocchio le dita, e mi butto a recensire ‘unastoria’ di Gipi. Mmh: era da un po’ che Gipi non si faceva sentire.

«Pure tu, in verità. Son mesi che non fai una recensione.»

Oh, ciao corsivo. Iniziavo quasi a sentire la mancanza delle tue interruzioni.

«Ero a fare l’happy-hour con il tuo ottimismo.»

Ecco, quello sì che son secoli che non passa a trovarmi. Cambiando discorso, Gipi: l’ultima volta che avevo letto di lui, era per una sua affermazione. Dopo una lunga pausa produttiva, aveva ripreso in mano la matita. “Se non riesco a tirarci fuori nulla, la mia vita è finita”.

Poi non so cosa sia successo. Considerato che ha pubblicato un libro, penso sia finita bene.





Dunque: potrei lanciarmi in affermazioni quali: “L’evoluzione del tratto si evidenzia contrapponendo la prima tavola all’ultima”, “Una storia profonda, a tratti onirica, con sprazzi melanconici”, “Pacinotti torna alla carica con freschezza, producendo un piccolo capolavoro di tecnica”. Già, potrei. Ma non lo faccio: non son mica un critico. Sono uno che dice le parolacce.
Porco boia.

«Dai, non allungarti inutilmente, dì solo se ti è piaciuto.»



Mah, mi è piaciuto sì. L’ho letto e riletto un po’ di volte. Mi piace la storia, le disgressioni, le scene ‘wooooooooooh!’, l’umorismo e i suoi incredibili acquerelli. C’erano parti in cui mi è sembrato che l’autore si stesse raspando coi colori.




«Oh, ma la smetti con le zozzerie?»

No, ti ho avvisato: sono uno che dice parolacce. E ne ho ancora tante in serbo. Vacca puzza. Ma non per Gipi: lui ne ha mollata una sana. Se devo tirar fuori delle critiche, dico: volevo ridere un po’ di più.
E il titolo mi è scomodo: ogni volta che lo scrivo word me lo corregge. Mannaggia, word, dacci un taglio!

«Vabbè: bentornato, recensore.»

Bentornato, corsivo.
Ah, e: bentornato, Gipi.
Bordello giudeo.